un eretico sarai per te stesso, e una strega e un indovino e un pagliaccio,
e uno che dubita, che non è santo, che è malvagio
l´urlo rotolò sul versante destro del corpo.
e sorretto dall´aroma roboante del salgemma, scapestrato si diede alla danza
- dal verso all´inverso, dal trauma al livore -
giocato a trattenersi sui fondi delle suole, maltrattato dalle anse mai pronte al suo rinvio, economico e glabro. fin troppo giovane.
e una mosca rantolò il suo ultimo vade mecum.
l´apostasia mi spolpa, mi infrange, mi rincuora.
mi sfrena un mare per il quale annegare.
brutta bestia di stagione, orrore dozzinale
lui mi cavalcò le parole giocate a dadi come una giostra infastidita dalle voci dei bambini, dagli occhi spessi e dannati per un gioco confinato, simbolico e casto. un lusso senso sesso, rimosso per abbandono. con un´opera ben composta e accavallata.
solo passi solo
a rammentare numeri in progressione
costante
volle dimenticare i segreti e volle rivelare ciò che tutti conoscevano
fu chiamato santo
era il mattutino riflesso in acque amare / era un solo giorno
in-assenza
non diedi il tempo per dirmi seminuda.
darmi alle afasie delle melense posizioni laringali, opporre seme a seme, anno ad anno, occhio a buio - e voglia d’arrossire alle sue feste,
quella larghe squattrinate figlie-mogli che la notte a luce accesa sporcavano di latte le lenzuola a richiamare gatti e fare giochi sporchi. giochi singhiozzati per l’amore dei passanti e delle teste d’uovo costrette per il mare, sciolte preferite vagheggiate eppure salve, salve per il mare.
e infatti salve,
con un destino srotolato, sciacquato, indovinato.
e l´urlo assegnò ai giacinti d’acqua i nomi delle stelle più vicine, divorate dal freno pornografico di una rivoluzione dal tramonto inespugnabile -
mai, prima d´allora, si avrà un carico di biancheria pulita.