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domenica, 21 giugno 2009, 11:04
posted by alFREDoMele
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Batte la pioggia irosa tanto da sembrare di sentirla sulla pelle, scavarti le ossa. Il cielo si squarcia al di là delle stelle, tutto è fragore tutto sembra venire giù: il cielo, le stupide stelle, le solite facce della gente delusa di sabato sera. Claudia è lì in mezzo a loro, per mia fortuna, sempre al riparo dalla verità e dal calore umano; è stata l’ennesimo bluff di una vita che sembra divertirsi a fregarti le ultime energie rimaste portandoti amori sbagliati, scrittori non ancora del tutto impazziti, amici lontani proprio quando hai più bisogno di loro. Non c’è più religione, nemmeno nelle chiese, che adesso servono ad imbonire turisti annoiati e a-m-a-b-i-l-i conoscitori d’opere d’arte. Il sacro è scomparso dappertutto mentre il profano non è mai del tutto tale. In questa notte di quasi estate, l’unica verità che resta è il pensiero d’un uomo anziano fermo ai lati della strada, ritto e con lo sguardo insolente, non curante della pioggia; mi avvicino a lui spingendo queste ruote, arrivo all’altezza dei suoi fianchi cercando di non guardarlo, non guardarlo negli occhi; e mentre dal cielo cadono migliaia di parole bagnate, la sua voce s’insinua nella mia testa, le sue parole pesano e provo a dimenticarle: non te l’hanno ancora detto? La Coscienza è morta.
Non ho paura di quello che succederà. Ma sono terrorizzato al pensiero che qualcosa mai potrà succedere. Ho avuto così tante donne sbagliate, che ora quella giusta non la riconoscerei nemmeno se si mettesse un cartello sul petto, con su scritto “Eccomi Alfredo”. Ma forse la vera paura dalla quale rifuggo non è tanto questa, quanto piuttosto il pensiero di non avere più niente da darle, quando arriverà. Lasciarmi sorprendere senza pelle, con ossa e cuore ben in vista, che basta passarmi accanto per avermi vissuto. Non ci sarà più niente da scoprire, più niente di cui sorprendersi. Mi sento come qualcuno a cui stiano portando via tutto, lentamente, volta dopo volta. Ogni scrittore, ogni donna, ogni viaggio dal quale torno, sembrano pretendere pezzi di me, mancanze alle quali ormai non riesco più a far fronte. Non so più farmi spazio, rubare aria e smorfie e carezze e notizie. Tutto quello che sono, lo sono già stato. Non posso più diventare niente, chiedete di me in giro, se mi volete. Andate a casa di Claudia, telefonate a Sara, bevete una birra con Bukowski morto, fatevi un giro a Bruges, se mi cercate. Mi sento come se non fossi più qui da tantissimo tempo, ormai. E se il mio cuore non mente, lo specchio sì, mostrandomi qualcosa che ricordo ma che non riconosco più. Riesco ancora a immaginare però il sapore che ha una fica nella mia bocca. Immagino le cosce tornite di una donna semplice, immagino di baciarle a lungo, di dissetarmi con del vino alla fine di un deserto. Forse la fica resta l’ultimo passaporto per il paradiso, e stanotte sento di dovermi abbandonare a lei. Ogni fica di ogni donna che ha voluto concedermela, diventa mezzo inferno per entrambi. Meno solitudine, meno inganno, meno angoscia, qualche attimo di speranza.  In fondo la scelta è stata anche mia, anche mia la recita della commedia umana, di questo disarmante modo di vivere. Come chi non ha niente da fare, scende di casa e s’innamora, anche io ho pagato il prezzo per cercare di avere tutto: verità e amore hanno bisogno di stare lontani. Innamorarmi delle donne che ho avuto, in fondo, è stato come cercare di vendere qualcosa ad un ebreo: ho finito per comprare ciò che era già mio.
Ieri ero un pazzo in mezzo a gente pazza. Sono andato sospinto dalla speranza alla presentazione di un libro di ricordi di vita o di guerra o forse di entrambi, scritto da un’amica del mio amico Vecchio. Soltanto che io ero sudato e la testa mi girava così tanto da farmi sperare di svenire e svegliarmi magari dopo qualche ora. Incastonati in prossimità dell’oro di Napoli, tutti avevamo un motivo per essere lì. Il mio era di conoscere finalmente il vecchio di persona, provare a rubare da lui attimi di speranza, di sorrisi, qualche regola, se mai ce ne siano. Quel vecchio così lungo e così magro mi ha fatto sorridere appena l’ho visto. Ho avuto paura potesse spezzarsi da un momento all’altro, malgrado si vedesse fosse di scorza dura e abituata alle intemperie. Mi sono precipitato da lui per avere qualcosa, ma poi ho capito che quelli come lui ce l’hanno fatta perché non ti lasciano niente. Rubano da ogni istante, e se vuoi provare a riprenderti qualcosa, beh, devi leggere uno dei suoi 23 libri, magari per andare sul sicuro, proprio quello che puzza di Nobel. Forse è stata soltanto la voglia di un giovane uomo come me di sentirsi per una volta sulla strada giusta; così che quando il vecchio ha scritto i suoi apprezzamenti alle mie parole, alla mia scrittura, ho lasciato che i sogni facessero il resto. E allora mi sono precipitato ieri, ho portato con me ossa e sangue e mente lucida. Poi il caldo, poi la sua nostalgia. Poi due ore a sperare che finisse, ma non finiva mai. Qualche strambo episodio successo permette al ricordo d’acuirsi, che altrimenti sarebbe già bello che morto. Perché è stato ieri, ma è stata anche un’agonia, lì dentro. È stato come amare Claudia; come svegliarsi certe mattine con i reni in fiamme, con dolori atroci lungo tutta la fascia lombare; come il rompersi di queste ruote fra i vicoli di Amsterdam; come  quando capii che quel medico che disse “non credo ce la farà” proprio mentre io passavo, stava parlando di me. Poi ce l’ho fatta però, e poi le due ore sono passate e i miei reni reggono ancora qualche bevuta e le mani di Claudia che mi accudiscono e mi accarezzano non le dimenticherò mai finché campo.
L’ho aspettato alla fine della presentazione, il vecchio. Da lontano gli vedevo il sorriso riflettersi nelle facce adoranti di qualche stupido lettore. Erano tutti vogliosi di succhiargli quel piccolo e tenero cazzo che si ritrova. Era giusto così. Era giusto così, per tutti quegli anni passati a scrivere, anche grandi cose. Gli anni non fanno un uomo, ma di certo qualche ottimo libro è un buon tentativo. E così lo guardavo, sorridendo anche io del suo piacere. Una coppia di facce vuote lo stava invitando non so a quale altra cazzata culturale, da celebrazione, da facciamoci le seghe a vicenda. Il vecchio, mi parve di sentire, rispose con non celato gaudio mentre io aspettavo il mio turno. Mi sono avvicinato al Re, ma l’udienza è durata poco, giusto il tempo di stabilire che sì, avremo pubblicato delle cose insieme; che sì, mi ringraziava per avergli portato il mio romanzo, gratis; che sì,  forse un giorno avremo bevuto del vino assieme; che sì, ci sono delle volte in cui gli uomini si sentono piccoli piccoli, mentre altri sembrano morire di nostalgia ricordando vecchie battaglie a cui sembrano interessarsi tutti, ma che nessuno potrà mai capire.
Come del resto proprio come il vecchio mi ha detto prima di lasciarmi andare: Alfrè, ma tu sei un’altra cosa. La tua vita è tutta un’altra cosa.
Mi sa che aveva ragione. Mi sa che dovrò farmene una ragione.
commenti (1)
Commenti
#1    04 Luglio 2009 - 12:29
 
Non so, ho l'impressione che viaggi per compartimenti stagni. Specie il periodo introduttivo è minato da diversi luoghi comuni (seppur per alcuni non si possa dire siano menzogneri) e, senza, non ci accorgeremmo della sua assenza. Alcuni passaggi poi mi piacciono fatalmente per il senso di arresa, risultando tuttavia estemporanei in termini di intensità (dove per intensità intendo anche la mancanza totale di forze). E' in gran parte così quieto, qui, che non mi ci ritrovo.
Ma almeno il mio disinteresse attuale per la lettura è per qualche minuto vinto.
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